Librangolo: delizie letterarie

Con l’arrivo del freddo un pò di letteratura culinaria potrebbe riscaldare i sensi.
Abbiamo menzionato l’amore del Commissario Montalbano per il cibo squisito; abbiamo citato Joanne Harris e la sua trilogia culinaria, specialmente Chocolat e Cinque quarti d’arancia, con la sua Framboise avvolta in una tragedia ma abilissima in cucina.

Abbiamo menzionato il legame mistico di Tita con la cucina e il cibo (Come acqua per il cioccolato di Laura Esquivel).

Poi abbiamo passato ai libri di cucina veri e propri, tanti di quali godono di successo per il loro personale. Un mio speciale preferito è Vegetable bible di Sophie Grigson, con i dettagli sulla provvenienza delle verdure e con le sue ricette che a volte sembrano dei racconti. Ma non abbiamo nemmeno dimenticato Pellegrino Artusi…

Potete leggere un paio di citazioni cliccando qua sotto.


Joanne Harris, per esempio, descrive i passi per preparare un liquore di ciliegie concludendo che “nel giro di tre anni l’alcol dissangua le ciliegie fino a diventare bianche, mentre il liquore diventa color rosso profondo, penetra fino al nocciolo e alla piccola mandorla nel suo interno, diventando pungente, evocativo del profumo di autunni passati.” Poi ci consiglia di giocare con il nocciolo nella bocca “come con una perla da rosario. Cercate di ricordare il tempo della sua maturazione, quell’estate, quell’autunno caldo, quella volta quando il pozzo si era seccato, la volta in cui avevamo dei vespai, un tempo passato, perduto, e ritrovato nel pezzo duro dentro il cuore del frutto…”

L’incipit di Come acqua per il cioccolato ci introduce pientamenten nell’atmosfera del libro:

“La cipolla deve essere tritata fine fine. Suggerisco di mettersene un pezzetto in testa, per evitare la fastidiosa lacrimazione che si produce quando la si taglia. Il brutto di piangere tritando la cipolla non è il semplice fatto di piangere, ma è che, quando cominci, poi ti bruciano gli occhi e non smetti più. Non so se sia già capitato anche a voi, ma a me certamente si. Una infinità di volte. La mamma diceva che era perché sono sensibile alla cipolla proprio come Tita, la mia prozia.

Raccontano che Tita era così sensibile che, già quando stava nella pancia della mia bisnonna, quando lei tritava cipolle non smetteva più di piangere; il suo pianto era così forte che Nacha, la cuoca di casa, che era mezzo sorda, lo udiva senza sforzo. Un giorno i singhiozzi furono talmente forti da anticipare il parto. E senza che la mia bisnonna potesse dire bah, Tita venne al mondo prematuramente, sul tavolo della cucina, tra gli odori del minestrone che stava cuocendo, del timo, del lauro, del coriandolo, del latte bollito, dell’aglio, e naturalmente, della cipolla.”

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