Se Amélie fosse un colore io sarei il suo cilindro

Racconto di Isabella Borghese per Brussellando

Bruxelles. Sono tre anni che passeggio con Bruxelles e in periodi differenti dell’anno.

La luce invernale è quella che preferisco: oscurata dalla carta velina, attraversata da una pioggerella fina e fitta che bagna la strada, ma mai capace di penetrare gli abiti che indosso.

Bruxelles,d’inverno, con la pioggia, mostra la professionalità di chi è abile a recitare la parte del c’è ma non si vede.

Bruxelles, del resto, non è una principiante. No. Lei è una donna austera. Mai prepotente,né antipatica. Mai presuntuosa, né indisponente. Malinconica, attraente.

Non si piega alle stagioni, ma le attraversa con il suo stile sobrio ed elegante.

Soggiorno sempre nella medesima rue, nello stesso albergo: tra la metro Rogier e DeBrouckère, a cento metri da Grand Place.

Tra ivestiti da sposa e le spogliarelliste.

Tra alberghi a quattro stelle e motel a ore.

Tra uominiche passeggiano con il rolex sopra il polsino e quelli che si trascinano conuna birra e due mozziconi di sigaretta: uno tra le dita e l’altro, appena raccolto, incastrato dietro l’orecchio.

Quando cammino per la città di rado vedo dove metto i piedi.

Non ho tempo di osservare chi o cosa mi trovo davanti. Tendo a procedere con losguardo rivolto all’insù e il naso anche. Poi sbarro gli occhi. La vista puntuale come fosse un appuntamento rituale inciampa tra il cielo e i palazzi, tra i pensieri e le curiosità che mi assalgono. Inciampa, tuttavia, senza cadere in basso. E ho un pensiero che mi assale ogni volta a Bruxelles: la dolce e perenne ossessione del Chissà dove abiterà Amélie!

Il cielo, mi son sempre detta, conserva segreti che gli uomini non possono vedere né saprebbero raccontare. Allora lo scruto ogni volta col desiderio che mi faccia sua complice, che mi racconti tutto quello che vede dall’alto. E resto lì con un’espressione piena, viva e sincera. Mi perdo in una confessione che somiglia più a una promessa: Oh, cielo! Dimmi pure dove abita Amélie. Io li so mantenere i segreti!

Così mi ritrovo sempre a camminare in attesa di una confidenza mai avuta e che ogni volta riempio di verità buffe. Un giorno mi son detta che Amélie dovrebbe abitare in quella birreria all’angolo, in una rue dietro Grand Place. Perché? Devo averlo pensato perché è una mia abitudine intrattenermi con la zinne bier di quel posto. E allora mi è tornato comodo piazzare l’abitazione di Amélie lì sopra. Poi, quando ho conosciuto piolalibri, non ho resistito. Quella zona elegante, quelle strade alberate nascoste dietro i palazzoni di vetro. Ecco, perché non mettere Amélie a dormire sopra piolalibri? Mi ha fatto ridere molto questo pensiero: ogni anno che raggiungo la libreria mi dico che Amélie non si fa vedere, ma soggiorna di certo lì sopra. Sempre sdraiata per terra con l’orecchio schiacciato sul pavimento proprio sulla testa di Jacopo, seduto alla cassa, al suo pc. Mi piace immaginarla buffa ecuriosa a impicciarsi ogni volta della nostra serata da piola.

Quando a Bruxelles invece vado da sola Amélie mi diverte farla vivere nella stanza d’albergo accanto alla mia. È una vera prigioni a abitare i posti nei periodi incui si teme la solitudine. Così, quando signora Solitudine mi assale, imito quello che era il fare del nonno di tutte le cose quando era costretto nel calabozo. Indosso la camicia da notte marrone, poggio la vestaglia in tinta ai piedi del letto, mi infilo sotto le coperte, scelgo il libro da leggere e mi stendo. Ecco poi che come il nonno di tutte le cose anche io trovo il mio codice segreto per comunicare con lei. Mi rivolgo ad Amélie che immagino dormire nella stanza attigua alla mia e batto sul muro con il pugno chiuso Bonne nuit Amélie! In quei momenti la mia prigionia colpa di signora Solitudine diventa un dolce rifugio e proprio lì resto a soggiornare volentieri per qualche notte.

Infondo, mi dico, i gatti dormono acciambellati al caldo. I bambini abbracciano i peluche o le bambole che preferiscono. I clochard si riparano sotto i cartoni econ le coperte che odorano di freddo ma regalano calore. Gli uomini e le donne trascorrono intere notti nudi per mischiare i loro corpi come fossero ingredienti di un dolce. Gli anziani dormono poco. In poltrona come nel letto o sulle panchine dei giardini. Dormono poco e basta.

Io a Bruxelles quando sono sola guardo sempre il cielo, mi domando dove abita Amélie, ma poi quando sono nella mia stanza chiudo la finestra e sorrido.

Infondo lo so che non è importante che io sappia dove abita, ma l’essenziale diventa bussare al muro il mio Bonne nuit Amélie e chiudere gli occhi così.

Perché non vale tanto il sapere le cose,quanto il sentirle.

 

Roma. Cilindro nero. Capelli castano scuro. Occhi neri. Eye liner nero. Rossetto rosso. Giacca nera. Camicia nera. Gilet gessato con bottoni di metallo. Gonna nera. Guanti senza dita a righe orizzontali: rosse e nere. Calze nere. Stivaletti neri, alla caviglia. Capelli neri che a lei scendono sulle spalle a sembrare quasi un tutt’uno con la giacca. Poi sorride. Le fossette che si formano sulle guance la fanno simpatica. Sembrano nere anch’esse. Come le narici. Dev’essere questa l’impressione perché la pelle con tutto questo nero sembra ancora più bianca e tutto intorno a lei più nero del nero.

A guardare Amélie non si capisce dove il nero inizia e dove finisce.

Non indossa anelli, né collane. Non so se nasconde orecchini dietro i capelli, di bracciali non ne vedo. Quando parla allunga le mani verso l’alto e le muove. Le dita affusolate disegnano ombre. Scrive parole che immagino finire nel cilindro e poi nei suoi libri? L’idea non mi dispiace. La osservo curiosa. È straordinaria Amélie, mi dico. Ha più di settanta manoscritti a casa sua, dice. O dentro il cilindro? Mi chiedo. Ogni anno decide quale pubblicare. Ha già scritto il suo testamento. Lo racconta sorridendo “Nessun libro inedito post mortem potrà essere pubblicato”.  Decisa. Accidenti!Be’, è possibile che vivrà almeno altri settant’anni? Amélie è nata nel 1967.Oggi ha quarantaquattro anni. Più settanta fanno centoquattordici. Io ne avròc entoquattro. I conti non fanno ben sperare. I conti aggiungono del nero nellemie attese. Essere scrittori è fare delle magie. Dice lei. È vero. Lo credo anche io. Per questo voglio diventare una scrittrice: per fare delle magie. Con una buona dose di generosità, un pizzico di presunzione, chili di incantevole fantasia e pazienza a volontà. Così è possibile. Le chiedono di togliersi il cilindro. Sbuffo. Sotto il cappello, ne sono convinta, Amélie conserva parole che non conosciamo ancora.

Preferisco l’attesa davanti a una scoperta improvvisa ma inopportuna.

Preferisco cercare di incrociare il suo sguardo da lontano.

Preferisco che Amélie non si liberi del suo cilindro nero.

E poi sorridere a quelle ciglia che sbattono di continuo, alla sua pungente simpatia,al suo stile nero cilindro e rossorossetto. Se si toglierà il cappello, penso, scapperò. Andrò via. Lontano dalla sala. Diretta a cercare l’essenza nel sentimento che crea la distanza forzata. Un tipo si avvicina al mio orecchio: “Ehi! – esclama – Vedrai che non lo leva… è pelata!”. Io scoppio in una fragorosa risata. “Non ridere! –controbatte – Poverina”. Continuo a divertirmi. “Hai visto le foto nelc omputer? Tutte quelle volte che la vedi senza cilindro? Con i capelli lunghi? Eh,l’hai vista?”. “Sì”. Comincio a osservarlo preoccupata. Timorosa. “È una parrucca!”. Di nuovo non mi trattengo. “Imbecille! Cosa ridi?”. Mi rimpettisco infastiditae incredula. “Imbecille?”. “Sì, imbecille! Ecco non vedi?”. Amélie si statogliendo il cilindro. “Ecco, vedi, è pelata!”. Scoppio a ridere di nuovo. Amélie non è pelata. Tutt’altro: è magica. Alza il cappello e una miriade diparole cominciano a volare nell’aria. Riempiono la sala. Lei sorride entusiasta,le sue ciglia continuano a sbattere. C’è una festa di parole nere nell’aria. Piùlibri. Più Liberi. Più Parole. Sono quelle dei suoi inediti, penso. Il tipo èscomparso. Non ha retto alla sua allucinazione e al mio sbeffeggiarlo. Le parole sono nere. Le parole, nere come Amélie, volano nell’aria senza cadere a terra. Resto con la testa all’insù per un po’, come succede quando arrivo a Bruxelles. Rimango estasiata sul cilindro che Amélie tiene in alto col bracciodestro teso, proprio come fanno i maghi quando realizzano una magia. È stato lei a dirlo: essere scrittori è fare delle magie.

Se Amélie fosse un colore io sarei il suo cilindro.

 

Tutti le porgono i suoi libri. Io no. Le sorrido.

Tutti cercano di avvicinarla. Io no. Quale sarà il suo profumo?

Roma non è come Bruxelles, mi dico.

Bruxelles è la mia fantasia, una magia che si rinnova.

Roma è corporeità, un gioco di specchi a cui non sfugge il vero.

Bruxelles mi fa sempre immaginare Amélie.

Roma me l’ha regalata in un incontro.

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